La sera calò rapida sul regno, tingendo di rosso e oro i vetri delle immense finestre della Sala del Trono.
Lì, tra tende cremisi pesanti come mantelli, un tappeto scarlatto che correva fino al fondo della sala, e un tavolo lungo quanto una nave, si riunirono i più importanti consiglieri del regno.
Il Re, seduto in fondo, attese in silenzio che tutti fossero presenti. Poi si alzò. “Vi ringrazio per essere venuti.” disse con voce ferma. “Come ben sapete, il nostro regno si sta risollevando. Le terre rifioriscono, il commercio riprende, la pace sembra tornata. Ma poi... abbiamo trovato quel bambino.”
Un silenzio gelido calò nella sala.
“Non è un pericolo.” aggiunse il Re. “Non ora. Ha bisogno di cure, nient’altro.”
Uno dei consiglieri si alzò con uno scatto. “Con tutto il rispetto, ma quel bambino è letale! Voi non avete visto quello che ha fatto... Noi sì. E abbiamo paura!”
Il Re lo fissò con occhi gelidi. Si fece avanti di un passo, la voce grave leggermente incrinata dalla rabbia. “Ho detto che non è un pericolo. è ferito, stremato. La ferita sulla sua schiena ha smesso di sanguinare, e grazie alle cure della nostra dottoressa, si sta già rimarginando. Non c’è nulla da temere.”
“Nulla da temere?!” esplose un altro consigliere, con gli occhi sgranati dalla paura. “Io ho una famiglia! Non posso rischiare la mia vita, né quella dei miei figli, per tenere in vita un mostro!”
Il suo grido rimbombò tra le pareti di marmo e pietra. Alcuni si agitarono, altri iniziarono a borbottare nervosamente.
Fu allora che Takeda si fece avanti, il mantello ancora sporco di polvere e tensione. “Abbassate i toni.” disse con calma, ma con autorità. “Non siamo qui per urlare, ma per capire. Dobbiamo trovare il modo migliore per gestire la situazione. è per questo che ci siamo riuniti.”
Il Re annuì, guardando Takeda con un cenno di gratitudine. “Proprio così. Con la dottoressa, stiamo cercando di capire cosa c’è dentro quel bambino. Ogni aiuto sarà ben accetto.”
Voci discordanti si alzarono da ogni lato del tavolo. Alcuni assentirono, altri scuotevano la testa, altri ancora parlavano tra sé con sguardi preoccupati.
Ma fu la dottoressa ad alzarsi di scatto e farsi sentire sopra tutti. “Fidatevi di me!” urlò, le mani serrate con forza. “Se fosse stato davvero pericoloso, non saremmo riusciti a calmarlo. Eppure ci siamo riusciti. Questo significa che possiamo farcela. Non è nulla che non possiamo affrontare. Gli servono solo pochi giorni. Solo pochi giorni!”
La sala sembrò per un attimo cedere alla sua voce, ma uno dei consiglieri più anziani si alzò lentamente, il volto teso, le mani tremanti. “Anche se si è calmato...” disse. “...non significa che non possa fare altre vittime. Serve addestrarlo. Subito.”
Il Re lo guardò incuriosito. “Addestrarlo? In che senso?”
“I calmanti funzionano, sì. Ma quando si sveglia... ricomincia da capo. L’unico modo è addestrarlo a tenere dentro ciò che ha. A controllarlo.”
Il Re scosse la testa, la voce si fece tonante. “No! Se trattiene quella cosa, rischia di morire. Non possiamo permetterlo!”
Il consigliere sorrise. Un sorriso freddo, vuoto. “è proprio quello che voglio. Che muoia.”
Un mormorio d’orrore attraversò la sala. Il Re fece un passo avanti, il mantello ondeggiò come fiamma.
“Quel bambino... un giorno guiderà questo regno.”
Il silenzio che seguì fu assordante. “C-cosa significa?” balbettò il consigliere, sbiancando.
Il Re parlò con voce solenne, come se stesse leggendo una profezia incisa nella pietra. “Significa che sarà lui... il mio erede. Il futuro sovrano di questo regno.”
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Ci fu il caos. Alcuni urlarono, altri cercarono di fermare il Re, altri ancora si lasciarono andare alla disperazione, come se avessero sentito la condanna del mondo intero.
“Silenzio!” tuonò infine il Re, alzandosi in piedi con autorità. “La riunione è finita. Tornate al vostro lavoro. Subito.”
Le porte si aprirono, e mentre i consiglieri uscivano, tra rabbia, confusione e terrore, nella Sala del Trono rimasero solo le tende che ondeggiavano leggere, come sospiri inascoltati.
E le parole del Re, impresse nell’aria come marchi incandescenti:
“Quel bambino regnerà.”
Il silenzio nella sala era tornato denso, quasi sacro. Le fiamme delle torce tremolavano lievemente, gettando ombre danzanti sulle pareti in pietra. L’atmosfera, rarefatta e carica di tensione, sembrava trattenere il respiro insieme ai presenti.
Takeda fece un passo avanti, con voce cauta ma decisa. "Maestà... cosa intendeva dire quando ha affermato che quel bambino diventerà il prossimo re?"
Il sovrano rimase in silenzio, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo rivolto verso l’ampia finestra che dava sui giardini notturni del palazzo. Poi, con tono grave, parlò.
"Quel ragazzo... possiede un potere che nessun altro ha più in questo regno. Se sapremo guidarlo, educarlo... lui potrà far risorgere queste terre dalla cenere."
Takeda aggrottò la fronte, ancora confuso. "Maestà, non comprendo. Cosa significa "guidarlo"? Che genere di potere possiede?"
Il re si voltò appena, il profilo segnato dal tempo e dalla stanchezza. La sua voce scivolò nell’aria come un presagio.
"Se riusciremo a contenerlo, se saprà dominare ciò che arde dentro di lui... quel bambino diventerà la colonna portante del nostro futuro. Sarà un uomo fondamentale per la salvezza del regno. ”
Takeda abbassò lo sguardo, riflettendo su quelle parole. Poi, con un tono più cupo, osò chiedere:
"E se non ci riuscissimo? Se quel potere sfuggisse al controllo... cosa accadrebbe?"
Questa volta il re si voltò completamente, il suo sguardo si piantò in quello del generale come una lama. "Allora... distruggerebbe tutto. Il regno intero verrebbe spazzato via, ogni forma di vita annientata. Non rimarrebbe nulla."
Takeda sgranò gli occhi, sentendo un gelo improvviso serpeggiargli lungo la schiena. Si lasciò cadere su una sedia vicina, cercando di mantenere la calma.
"Maestà... come può saperlo con tale certezza?"
Il re tornò a guardare fuori dalla finestra, questa volta abbassando lo sguardo verso le ombre che si allungavano nei giardini sottostanti. Una malinconia pesante si rifletté nel suo volto.
"Perché ho già visto quel potere. Anni fa... quando affrontò uno dei più grandi guerrieri che abbiano mai calpestato queste terre. Il principe del Regno dei Combattenti."
Takeda sussultò. Il solo nome bastava a evocare leggende di sangue e acciaio. "Il Regno dei Combattenti... quello dove i guerrieri si addestrano fin da piccoli per diventare invincibili?"
Il sovrano annuì lentamente.
"Esatto. Quel principe era imbattibile. Nessun uomo è mai riuscito a sconfiggerlo. Solo la morte naturale ha posto fine alla sua corsa. Ma prima di andarsene... ha distrutto tutto ciò che avevamo."
Takeda alzò lo sguardo, scosso. "Ha fatto qualcosa... al nostro regno?"
Il re si girò, lentamente. Il suo volto era una maschera di gravità e dolore antico. "Ha disintegrato il nostro regno. Spazzato via ogni abitante. Non ha lasciato traccia di nulla... o quasi. Un solo bambino è sopravvissuto."
Takeda rimase senza parole. "Quel bambino... eravate voi?"
Il re annuì. La verità sembrava pesargli sulle spalle come una corona troppo vecchia per essere ancora indossata. "Sì. E in un certo senso... lo ringrazio per avermi risparmiato. Se non l’avesse fatto, questo regno non sarebbe mai rinato."
Takeda strinse i pugni. Il pensiero che quel bambino, ora nelle loro mani, potesse essere la reincarnazione di un potere tanto distruttivo... lo turbava profondamente. "Maestà... è davvero saggio tenerlo qui? Tra la nostra gente?"
Il re chiuse gli occhi, stanco. "Capisco la tua paura. Ma non possiamo voltargli le spalle. Non ancora."
"Allora permettetemi di aiutare l’infermiera a sorvegliarlo. Devo fare qualcosa."
Il re riaprì gli occhi, questa volta più duri. "No, Takeda. Se non ti concedi riposo ora, le conseguenze saranno gravi."
Takeda si irrigidì. Poi si inchinò profondamente. "Capisco, Maestà."
Lasciò la sala a passo svelto, chiudendo con forza la massiccia porta dietro di sé.Nel silenzio che seguì, il re barcollò leggermente e si sedette pesantemente sul trono. Sudore freddo gli imperlava la fronte. Il respiro si fece corto, affannoso. Una fitta lancinante lo colpì al petto.
"Tsk... ancora..." Con mani tremanti afferrò una piccola scatola d’argento accanto a sé, inghiottì alcune pillole e attese, mentre il dolore cominciava lentamente a placarsi. Si alzò, ancora debole, e si rivolse alla finestra, come se parlasse a un’ombra invisibile.
"Principe Kenshin... so che sei tu." Le sue parole si fecero sussurro. "Lasciami in pace. Questo corpo non ti appartiene. Tu sei morto. E io... sono solo un vecchio."
Il suo respiro tornò più stabile. Prese un’altra medicina, poi si fermò. Un’ombra nera, quasi impercettibile, svanì lentamente dietro di lui. Il re rimase immobile per lunghi istanti, prima di tornare a sedersi.
La notte calò definitivamente sul regno. E il destino, silenzioso, mosse il suo prossimo passo.

